Coloni israeliani distruggono un campo di ulivi a Nahalin (Betlemme)

Naeim Abdel Rahman Fannoun è un anziano signore palestinese proprietario di un piccolo pezzo di terra nei dintorni di Nahalin (Betlemme), al confine con due colonie illegali, Gavaot e Rosh Zurim.
La notte del 4 Marzo 2013, un gruppo di coloni ha tagliato 80 ulivi sul suo terreno. Questi alberi avevano tutti almeno quarant’anni di vita.

Il campo di ulivi di Naeim, inoltre, si trova esattamente in mezzo alla strada che collega l’area di Etzion con quella di Beit Shemes in Israele e, secondo le mire israeliane, sul suo terreno verrebbe costruita la strada che collegherebbe quest’area con Tel Aviv. I coloni, quindi, con l’appoggio dell’esercito compiono queste azioni per intimidire e per costringere Naeim e gli altri proprietari delle terre circostanti, ad abbandonarle.

Questi però non sanno che questa terra appartiene alla famiglia Fannoun da molte generazioni — come ci ha spiegato Naeim — e che nonostante tutto lui continuerà a lavorarla, non lasciandola in pasto alle mire espansionistiche dell’occupazione sionista dell’area.

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7 e 8 marzo: due giorni di iniziative durante “Israeli Apartheid Week 2013″

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Dal campo profughi di Aida: giornata di lotta in solidarietà con Arafat Jaradat

Ascolta la corrispondenza registrata e trasmessa dalle frequenze di Radio OndaRossa

Ieri al campo profughi di Aida ci sono stati duri scontri tra forze di occupazione israeliane e i giovani palestinesi dei campi profughi di Aida, al-Azza e Diesha in solidarietà con il martire Arafat Jaradat, 30 anni padre di due figli, ucciso l’altro ieri dalla polizia carceraria israeliana, in seguito alle percosse subite durante l’interrogatorio. Gli shebab (arabo per “giovani palestinesi”) hanno dato vita ad un corteo verso la tomba di Rachele, vicino al campo profughi di Aida.

La manifestazione è stata subito interrotta dall’intervento dei soldati israeliani, che hanno sparato lacrimogeni e proiettili rivestiti di gomma e non, colpendo due bambini di 10 e 11 anni. Quest’ultimo, Mohammed Khaled al-Kurd, è stato trapassato all’altezza del polmone sinistro, ed è stato subito ricoverato in fin di vita all’Ospedale di Beit Jallah, a Bethlemme. Questa volta i soldati israeliani hanno fatto uso di silenziatori per sorprendere il giovane, che stava giocando con dei suoi amici.

In tutta risposta i giovani palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre e bottiglie molotov contro la torretta di controllo israeliana vicino ad Aida, bruciando anche diversi pneumatici. I soldati, nascosti all’interno della torretta, hanno più volte sparato lacrimogeni CS e protietti di metallo rivestiti di gomma dura ad altezza d’uomo. Gli scontri sono continuati fino a tarda serata.

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Egitto – Omar Salah Omran: quando la repressione porta alla morte

Testimonianza raccolta da Nazli Hussein, May Saad, Rasha Azab, Ahmad Abdel Rahman, Ahmad Korashi.
Traduzione di Lina A.

OmarEgyTutti i giorni parliamo della repressione, dell’ingiustizia e della povertà come se li conoscessimo. Li conosciamo da lontano ma Omar li conosceva da vicino. C’è un video che gira su internet in cui Omar parla del carretto di patata su cui lavorava…Con lo sguardo lontano dalla telecamera dice: “Sono stanco di questo lavoro” e dice anche che suo padre, che lavora su un altro carretto di patata vicino al suo, è morto anche se non è vero. La repressione e la violenza sta nel fatto che un bambino come Omar sia costretto a mentire nella speranza di imparare a leggere e scrivere e nella speranza in una vita diversa, lontano dal carretto di patata.

Non siamo scandalizzati dal fatto che Omar abbia detto che suo padre fosse morto perchè, chi vive la vita di “piazza”, sa che la maggior parte dei bambini di strada sono a volte costretti a mentire per superare le difficili condizioni di vita e questa per noi è una giustificazione auspicabile. Ma le giustificazioni a volte sono atroci e piene di dolore come nell’esperienza di questo bambino ucciso.
La storia reggeva finchè non ci siamo accertati che la foto “del bambino sconosciuto”  fosse il “venditore di patata” di cui non si sapeva altro che la notizia della sua morte.
Veniva chiamato “il venditore di patata sconosciuto” fino alla mattina del 13 febbraio giorno in cui è iniziato il viaggio della ricerca tra l’ospedale Al-Mounira e l’obitorio e anche dopo la diffusione del video non potevamo ancora dire che era lo stesso bambino. Ma il medico che ha accolto il corpo di Omar nella sala d’accoglienza dell’ospedale dopo aver visto il video ci ha confermato che era lui, allo stesso tempo ci siamo accertati dalla fonte che era andata all’obitorio di Zeinhom del nome del bambino “Omar Salah Omran”,  il venditore di patata che lavora con suo padre nella zona di piazza Tahrir.

Nell’ospedale pubblico Al-Mounira c’erano alcuni medici che hanno trattenuto nel loro cuore ciò che era accaduto quel giorno e ce ne hanno parlato in tutta sincerità.
Ci hanno raccontato che il cadavere del bambino era arrivato alle 15.40 del 3 febbraio trasportato da un’ambulanza che arrivava dalla zona di piazza Tahrir. Nell’ambulanza c’erano le forze dell’ordine che erano rimaste davanti la porta dell’ospedale senza entrare e non hanno detto che l’ambulanza aveva trovato il cadavere del bambino davanti l’edificio dell’Accademia dei servizi sociali che si trova a Garden City. I medici hanno visitato il corpo e il motivo della morte era un proiettile che aveva oltrepassato il cuore del bambino che è morto all’istante, i medici hanno dichiarato quanto visto all’ambulanza… Ma diversamente da quello che fa di solito in questi casi l’ambulanza ossia di portare il corpo e andarsene, c’era l’insistenza di rimanere con il cadavere. Tra i presenti all’ospedale c’era Mohamad al-Sharqawi il capo investigativo della questura di Sayeda Zeinab. Il cadavere del bambino è rimasto nell’ambulanza per 45 minuti e con grande sorpresa chi guidava l’ambulanza insisteva nel trasferimento del corpo dall’ospedale insieme ai suoi amici poliziotti, nonostante tutto ciò non è accaduto, contro ogni regola o legge. Di solito qualcuno del tribunale si presenta all’ospedale per portare avanti le procedure necessarie, il reparto investigativo dovrebbe mettere a verbale il tutto e chiedere al tribunale lo spostamento del corpo al medico legale nell’obitorio di Zeinhom. Il corpo del bambino al contrario di quanto detto è rimasto nel cella-frigo dell’ospedale e questo non è mai accaduto prima.
Il capo investigativo della questura di Zeinhom, Mohamad al-Sharqawi è rimasto e la situazione non è cambiata finchè l’ambulanza non ha trasportato il corpo. I medici hanno cercato di evitare e fermare il trasferimento ed insistevano perchè si facesse un decreto, ma questo non è avvenuto e non è stata registrata l’entrata di Omar Salah o del “cadavere sconosciuto” nell’ospedale. Continue reading

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Egitto: con rabbia e con amore continua la guerriglia

Mancano le parole per descrivere la brutalità e la ferocia con cui per le strade del Cairo continua la repressione. Sempre più dura, sempre più spietata. Numerosi i casi di molestie, abusi e violenze sessuali a piazza Tahrir. È ormai assodato che ci sono gruppi organizzati. E’ dal 19 novembre scorso che nelle strade ci sono scontri con i fratelli musulmani che hanno portato alla morte di molti ragazzi con armi da fuoco mirati alla testa, centinaia di feriti e altrettanto gli arresti. Una pausa di qualche giorno per culminare con l’anniversario della Rivoluzione del 25 gennaio con l’ondata dei così detti “black bloc” che in realtà altro non sono che un nome inventato dai mass media e che la polizia usa per legittimare la violenza e la repressione. Il centro del Cairo è blindato da mura che il Ministero dell’interno continua a costruire intorno la loro roccaforte per proteggersi da pietre e molotov. Il 26 gennaio la condanna a morte di 21 ragazzi accusati di aver partecipato al massacro nello stadio di Port Said. L’Egitto però sa cosa accadde quella sera di un anno fa quando vennero spente le luci nello stadio e 74 ragazzi degli Ultras Ahlawi furono lanciati dalle tribune e uccisi brutalmente dalla polizia che ha continuato il suo sporco lavoro, macchiandosi di sangue, picchiando e pestando anche chi veniva soccorso dalle ambulanze. Lo stato come sempre assolve se stesso e sceglie 21 capri espiatori da condannare per lavarsi le mani. Alla notizia della sentenza le famiglie e la gente di Port Said decide di attaccare la prigione. Iniziano gli scontri e i morti arrivano a 31. Il 27 gennaio neanche durante i funerali c’è tregua e la polizia lancia gas lacrimogeni e continua a sparare. I morti sono 7.

Tutto il paese è in rivolta dal Cairo a Port Said ad Alessandria a Suez e Ismaeliya, la popolazione è per strada e sa bene in ogni occasione chi è il vero nemico: dall’esercito alla polizia alle milizie dei fratelli musulmani. Il presidente Morsi, fantoccio, schiavo dell’Europa, dell’Arabia Saudita, del Qatar e dell’America decide di indire il coprifuoco e istituisce la legge marziale nelle città di Port Said, Ismaeliya e Suez. Davanti alla rabbia del popolo neanche questa carta ha funzionato e in ogni città le strade sono piene dall’ora del cosiddetto coprifuoco ossia dalle 21 di sera. Al Cairo il 28 gennaio in ricordo del “venerdì della rabbia” del 2011 un corteo partito dal quartiere Sayeda Zeinab decide di circondare i blindati che da giorni lanciano gas e sparano cartucce verso il ponte di Asr al aini. La polizia nel panico più totale investe tre persone e accerchiati dai manifestanti lasciano i blindati e scappano, uno di loro verrà preso dai manifestanti per poi essere riconsegnato. Quattro le camionette andate a fuoco. Gli arresti sono numerosissimi dall’inizio degli scontri si parla di centinaia e centinaia di arrestati. La strategia del Ministero dell’interno è di non rivelare il loro luogo di detenzione per continuare a picchiare e torturare. Le famiglie girano di questura in questura o (di ospedale in ospedale) per sapere se tra la lista degli arrestati ci siano i loro figli. Alcuni sono tutt’ora dispersi, altri sono in terapia intensiva o con proiettili alla testa o picchiati e in fin di vita. Molti i minorenni. Alcuni vengono rilasciati solo dopo cauzione, ad altri prolungano i giorni di detenzione di 4 in 4. I giorni non hanno nè un inizio nè una fine, gli avvenimenti si susseguono uno dopo l’altro tanto da confondersi, lo scenario si fa sempre più pesante. Il 1 febbraio dopo il corteo verso il palazzo presidenziale sono iniziati gli scontri e l’opposizione politica si è tirata indietro e ha lasciato il popolo di nuovo per strada contro la violenza e la brutalità della polizia. Un uomo è stato denudato e picchiato negli avvenimenti, ci sono stati 150 arresti, 48 feriti e 2 i morti, di cui un ragazzo di 23 anni Mohamad il cui soprannome è “Cristi”. Partecipati i funerali. Nonostante la forte ondata repressiva, la rabbia cresce e il popolo continua a scendere per strada per riappropriarsi della libertà, della vita e della dignità. Con rabbia e con amore continua la guerriglia.

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Jazz&Apartheid: Un blitz all’università romana La Sapienza contro il suono frastornante del colonialismo

fonte: BDS-Italia
lasapienzaMartedì sera l’Aula Magna dell’università romana La Sapienza ha ospitato uno spettacolo della pianista israeliana Anat Fort, con il patrocinio dell’Ambasciata di Israele in Italia.

Ma due mani affusolate da pianista non possono nascondere il pugno di ferro del colonialismo di Israele.

Circa 30 solidali con la popolazione palestinese, tra cui molti studenti e studentesse, hanno scelto di presentarsi a sorpresa all’ingresso, comunicando con chi intendeva partecipare. Mentre la security si dimenava nervosamente, molte persone hanno scelto di restare fuori e raccogliere più informazioni sull’operazione propagandistica “Brand Israel”, in alcuni casi rinunciando ad assistere ad uno spettacolo che non poteva più incantare nessun*.

Il concerto rappresentava, infatti, uno dei tanti tentativi da parte di Israele di usare la cultura per ripulire la propria immagine. Un’operazione della campagna “Brand Israel”, specificamente voluta e finanziata, a fior di milioni, dal governo israeliano, volta a nascondere dietro un’immagine positiva le politiche disumane che quello Stato continua a perpetrare contro il popolo palestinese.

Nelle facoltà organizziamo da anni dibattiti, iniziative di analisi ed approfondimento sulla resistenza palestinese e il sistema di dominio israeliano. Grazie al confronto collettivo è cresciuta la coscienza che ci permette, oggi, di organizzarci in un batter d’occhio per rompere il silenzio complice (o le melodie jazz) di cui si avvale il colonialismo sionista.

L’Ambasciata israeliana continua a strisciare nell’ombra tra le diverse iniziative culturali organizzate in città e sempre più spesso vedrà contrapposta la sanzione dal basso di chi rifiuta l’oppressione, in ogni sua forma e contro chiunque.

Alcune collaborazioni tra La Sapienza e università israeliane

Per maggiori informazioni sugli atenei italiani che collaborano con università e istituti israeliani, consulta il database CORDIS. Per sapere di più sul ruolo che rivestono le istituzioni accademiche israeliane nell’occupazione e l’oppressione della popolazione palestinese, vedi The Economy of the Occupation: Academic Boycott of Israel.

Accordi con l’Università ebraica di Gerusalemme
- Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Dip. Scienze biochimiche
Progetto Europeo 7º PQ-SECOA.
Dip Studi europei e interculturali.

Accordi con Technion, Istituto Tecnologico Israeliano
- Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Progetto Europeo 7º PQ-FIRST
Dip. Matematica

Accordi con la Bar Han University
- Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Dip. Matematica

Accordi con l’Istituto Weizmann per le Scienze
- Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Progetto Europeo 7º PQ-TANGO
Dip. Psicologia

Testo del volantino distribuito: Continue reading

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“Oltre il muro: la Palestina in lotta” 2 giorni al Volturno Occupato

PALESTINA

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In ricordo di Al-Husseini Abu Deif – Egitto

Il 6 dicembre 2012, le milizie dei Fratelli Musulmani sono scese in piazza per uccidere. Al Husseini era un attivista e un giornalista che faceva le riprese in prima linea, per questo è stato ucciso con una pallottola alla testa. E’ morto dopo 8 giorni in coma, il 13 dicembre 2012.
Al Husseini ha lottato fino all’ultimo minuto, i suoi compagni e le sue compagne lo ricordano in questo video testimonianza che abbiamo tradotto e sottotitolato in italiano.
Amore e rabbia.

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Stella cometa o torretta in fiamme? Aida Camp ci dice la sua…

A tre giorni dall’uccisione di Mohammad Zaid Awwad Salayam, giovane ragazzo di Hebron colpito a morte da una soldatessa israeliana proprio nel giorno del suo diciassettesimo compleanno, la rabbia continua a divampare in Palestina.
Oggi è anche il terzo giorno di scontri contro l’esercito occupante israeliano nel campo profughi di Aida, nella zona di Betlemme, e la resistenza degli abitanti non ha permesso all’esercito di invadere il campo. Il cuore del campo profughi è stato difeso da tutti i giovani che hanno continuamente respinto le truppe sioniste ma giornate come questa dimostrano come la miglior difesa sia l’attacco…

Una delle torrette militari incorporate nel muro dell’Apartheid, con il quale Israele confisca le terre agricole e impedisce di raggiungere Gerusalemme, è stata interamente distrutta e data alla fiamme… è veramente caduta giù e le immagini ci raccontano il perchè: “Qui ad Aida Camp parliamo poco ma facciamo tanto”

In questi momenti è sceso il buio ma il fuoco insiste a ridosso del muro grazie alle decine di copertoni che stanno rosicchiando i blocchi di cemento della segregazione israeliana… A Betlemme si parla della stella cometa, nel campo profughi lì accanto c’è altro che illumina, riscalda e annuncia una buona notizia.

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La strada verso la liberazione – COMUNICATO MOVIMENTO GIOVANI PALESTINESI (PYM) SULL’INIZIATIVA ALL’ONU

fonte: Palestinian Youth
La strada verso la liberazione

Ieri  la Palestina è stata riconosciuta come Stato osservatore, non membro, presso le Nazioni Unite, alcune voci palestinesi ci ricordano che questa “vittoria” ha più che altro il sapore amaro della sconfitta.

L’iniziativa per la richiesta di riconoscimento dello “stato di Palestina” è stata una imposizione che ha deliberatamente ignorato tutte le critiche interne che ha ricevuto. L’iniziativa è stata accolta come un nuovo passo nella lunga marcia del nostro popolo verso la realizzazione delle nostre ambizioni politiche. Tuttavia, dobbiamo fermarci e chiederci, quali sono queste ambizioni? E in che modo questo passo servirà il nostro progetto nazionale?

In un clima politico in cui vi è una mancanza di obiettivi chiaramente definiti, e che è caratterizzato da forte divisione politica, diventa possibile per chiunque autoproclamarsi sedicente portavoce della nostra causa. Questi sedicenti portavoce hanno approfittato di questo clima politico per screditare tutte le voci di dissenso, arrivando anche ad etichettarli come traditori. In una tale situazione, chi può richiamare questa gente alle proprie responsabilità?

E ‘evidente che queste voci di dissenso, che sono estremamente critiche rispetto all’iniziativa di riconoscimento dello stato, sono state ignorate. disorganizzate e frammentate. Ma questo non è dovuto all’irrilevanza delle opposizioni che sono state mosse, piuttosto, questo è dovuto alla mancanza di opzioni alternative che siano degne degli sforzi di coloro che si sono sacrificati con il loro sangue per la lotta. Ogni battaglia che il nostro popolo ha intrapreso è costata un prezzo molto alto, e per questo, la responsabilità ricade su di noi per assicurare che queste battaglie non siano state combattute invano e di sicuro non certo in favore di una leadership debole e corrotta.

La nostra liberazione non sarà mai ottenuta sulla base di normalizzazione con il regime coloniale sionista, piuttosto sarà conquistata con il percorso che è stato scritto con il sangue dei nostri martiri. Riaffermiamo che l’unica strada che ci interessa è il percorso che si dirige in modo esplicito verso la liberazione della nostra terra e il ritorno del nostro popolo in Palestina … Tutta la Palestina.

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