Un documentario sul grande saccheggio di libri del 1948

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Un nuovo documentario svela un capitolo nascosto della Nakba – l’espulsione e la fuga dei palestinesi per mano delle milizie sioniste al momento della fondazione di Israele nel 1948 – che ha visto il saccheggio sistematico di più di 60.000 libri palestinesi da parte delle forze israeliane e il tentativo di distruggere la cultura palestinese.

Non appena esplose la violenza che sopravenne per lasciare il segno della formazione di Israele, le famiglie palestinesi che vivevano nei centri urbani e nei villaggi del paese abbandonarono le loro case alla ricerca di sicurezza e di un rifugio. Una famiglia palestinese dopo l’altra si dette alla fuga, credendo che presto avrebbe potuto far ritorno, molte lasciarono indietro i loro beni più preziosi. Tuttavia, non appena, nello stordimento del conflitto, le case palestinesi divennero silenziose, prese l’avvio una campagna sistematica israeliana consistente nel penetrare nelle case e nel derubarle di un bene prezioso – i loro libri.

Tra il maggio 1948 e il febbraio 1949, dei bibliotecari della Jewish National Library e della Hebrew University Library entrarono nelle case palestinesi rimaste disabitate di Gerusalemme ovest e si impossessarono di ben 30.000 libri, manoscritti e quotidiani unici. Questo patrimonio culturale che era appartenuto alle famiglie istruite palestinesi e all’elite, venne quindi “prestato” alla National Library dov’è rimasto fino ad ora. Inoltre, dipendenti della Banca Depositaria delle Proprietà degli Assenti, movendosi da una parte all’altra di città quali Jaffa, Haifa, Tiberias e Nazareth raccolsero circa 40.000 – 50.000 libri appartenenti a palestinesi. In seguito, la maggior parte venne rivenduta agli arabi, anche se circa 26.000 libri vennero ritenuti non idonei in contenevano “materiale che incita contro lo stato [Israele]” e vennero venduti come carta straccia.

Questa storia non raccontata della Nakba è rimasta occultata nel corso degli anni fino a che, per un caso fortuito, un dottorando israeliano Gish Amit non si è imbattuto negli archivi che documentavano il sistematico saccheggio di libri palestinesi. “Sono incappato in questo argomento abbastanza casualmente,” ammette Gish. “Ho passato i primi mesi dei miei studi di dottorato presso diversi archivi, tra i quali l’archivio della Jewish national and university library, dove un giorno, mi sono imbattuto nei primi documenti relativi alla raccolta del materiale delle librerie palestinesi lasciato alle spalle durante la guerra del 1948. In ogni caso, mi ci sono voluti un paio di settimane – e una dozzina di documenti – per rendermi conto che c’era una storia da raccontare. Una storia che non è stata ancora detta e che potrebbe arricchire la nostra conoscenza della cultura palestinese e la sua cancellazione.”

Anche se molte famiglie palestinesi erano a conoscenza del fatto che i loro libri erano stati presi nel periodo successivo al 1948, non immaginavano che ci fosse la volontà cosciente e sistematica di appropriarsene.

Ghada Karmi, un’attivista palestinese e scrittrice che era vissuta a Gerusalemme fino al 1948 quando la sua famiglia era stata costretta a fuggire, si ricorda di come suo padre fosse un lettore avido ed avesse una libreria personale impressionante. “La mia famiglia faceva parte a quel tempo di una piccola élite in Palestina abbastanza colta che possedeva una gran quantità di libri,” precisa. “Da parte dei sionisti rubare quei libri…Non lo so, è scioccante. Beh, hanno rubato di tutto, così ritengo che la cosa non mi debba affatto sorprendere.”

La distruzione della cultura che avvenne durante la Nakba è rimasta un aspetto relativamente marginale del racconto più ampio delle cose sofferte dei palestinesi. E’ stata considerata come un piccolo dettaglio, irrilevante, che ha colpito una piccola minoranza delle élite urbane che vivevano nelle città, se confrontato al completo annientamento dei villaggi palestinesi che ha interessato una larga parte della popolazione palestinese.

“Quello che si deve capire è che le perdite dei palestinesi furono così massicce che questi dettagli ne sono risultati sopraffatti,” afferma Karmi, che attualmente vive e lavora come lettrice universitaria in Gran Bretagna. E’ pure autrice di diversi libri, tra cui In Search of Fatima, un libro di memorie sull’esperienze vissute dalla sua famiglia durante la Nakba. “La gente perse le proprie case, le proprie vite, le proprie terre e ritengo che la scomparsa di libri nelle case di una piccola élite palestinese, non avrebbe raggiunto un alto livello di considerazione sul piatto della bilancia. Ora, che sono passati tutti questi anni dal momento della Nakba, questi particolari stanno cominciando a spuntare fuori e sta venendo riconosciuta la loro importanza.”

Difatti, il regista cinematografico Benny Brunner, Arjan El Fassed (co-fondatore di The Electronic Intifada) ed altri si sono impegnati per dare risalto al saccheggio del 1948 – 49 sponsorizzato dallo stato. The Great Book Robbery è un progetto e un documentario in fase di realizzazione che spera di esporre la storia non raccontata del saccheggio dei libri e di aiutare i palestinesi a reclamare il loro patrimonio culturale e farlo perfino rivivere (un breve video è disponibile nel sito web).

Brunner, un cittadino Olandese e israeliano che ha lavorato alla realizzazione di diversi film connessi a Israele e ai palestinesi, afferma: “La storia è davvero importante in quanto vennero saccheggiati di fatto più di 60.000 libri – e ciò equivale alla distruzione di una cultura. Questo è il reale impatto di quanto avvenuto; questo è il suo reale significato e ritengo che sia necessario darne comunicazione. E, se possibile, ci si deve impegnare nel far rivivere il mondo culturale perduto che è stato distrutto nel 1948.”

Prima che la Nakba disseminasse le élite palestinesi, città come Gerusalemme e in particolar modo Jaffa erano una fucina di attività culturali e politiche. Elite molto acculturate pubblicavano giornali, settimanali, libri e club culturali e di poesia prosperavano, i caffè servivano come luoghi di discussione su questioni importanti. Tutto ciò, nel 1948, giunse ad una fine improvvisa ed ora, nella storia culturale palestinese, rappresenta un capitolo quasi c completamente dimenticato.

Mentre, inizialmente, i libri sequestrati dagli israeliani erano stati contrassegnati con il nome dei proprietari palestinesi, negli anni ’60 questa politica subì una trasformazione e i libri vennero successivamente siglati con solo due lettere “AP” o “proprietà abbandonata”. Con il passare del tempo, gli stessi diventarono libri “israeliani” in particolar modo perché una gran maggioranza di loro venne incorporata nella collezione nazionale tanto che diventò impossibile rintracciare i libri palestinesi saccheggiati. “Sono divenuti libri ‘nostri’ e parte dell’eredità culturale ‘nostra’,” afferma Brunner.

Come spiega Karmi, “Quello che è veramente orribile riguardo al furto dei libri è che è come dire, ‘Non vi ruberò solo la casa e la terra, ma anche l’eredità culturale’ perché hanno preso questi libri, li hanno messi nelle loro biblioteche israeliane, e hanno preteso che fossero stati sempre lì. Siamo, quindi, il lotta perché non stiamo solo cercando di recuperare qualcosa che è rimasto sempre lì a raccogliere polvere – stiamo cercando di reclamare qualcosa prima che venga distrutto. E questo è il motivo per cui è tanto urgente e perché il progetto [di Brunner] è estremamente prezioso.”

Al momento, Brunner sta cercando di rintracciare il maggior numero di palestinesi che sono stati testimoni del saccheggio o che hanno perduto i loro libri nella Nakba. “Vogliamo che la gente ci dica come vede ciò che è accaduto, per analizzarlo e per fornirci un contributo, non solo finanziario – anche se questo ci aiuterebbe – bensì delle loro storie.”

“Se la gente pone attenzione al proprio passato e fa un serio tentativo di far rivivere una parte dell’eredità culturale, essa deve far parte di questo progetto,” sostiene Brunner. Egli esorta i palestinesi a “rivolgere lo sguardo all’interno della storia della propria famiglia per vedere se c’è qualcosa che possa fornire un contributo a questo progetto” e stabilire, se possono, un contatto diretto.

Karmi sottolinea l’urgenza di ricuperare questa parte della storia palestinese e il significato di questo momento: “Non siamo più nella fase di trauma e di spavento nella quale i palestinesi sono rimasti per così tanto tempo. Lo shock reale di perdere ogni cosa e di doversi riprendere ha tenuto impegnate le energie della gente per troppo tempo. Ora, è venuto il momento di recuperare la nostra storia, la nostra cultura, le nostre città, la nostra architettura, la nostra geografia prima che gli israeliani demoliscano ogni cosa.”

Ma anche Karmi ammette che alcune cose sono andate perdute per sempre. Manoscritti che non sono mai stati pubblicati, libri venduti come carta straccia, diari personali o persino il vocabolario Arabo-Inglese sul quale il padre di Karmi stava lavorando al tempo della Nakba, ora sono definitivamente perduti. Anche così, entrambi, Karmi e Brunner, credono che Israele debba restituire ai loro legittimi proprietari i 6.000 libri che sono contrassegnati con chiarezza essere di proprietà palestinese.

Karmi aggiunge pure che è venuto il momento che sorga un movimento palestinese – parallelo al movimento che recupera opere culturali ebraiche e di altri perdute sotto il nazismo – destinato al ricupero dei pezzi dell’eredità culturale andati perduti durante la Nakba. The Great Book Robbery si propone di evidenziare l’entità delle perdite e di operare, ci si augura, in modo da costituire un primo passo in questa direzione.

Arwa Aburawa è una giornalista freelance che risiede in Gran Bretagna e che ha scritto sul Medio Oriente, sull’ambiente e su diverse questioni sociali

(tradotto da mariano mingarelli)

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