Dal Campo profughi di Aida per Lander – Libertà!

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Israele – Proteste nel campo d’internamento per migranti di Saharonim

SaharonimContro la detenzione, per muoversi liberamente e vivere una vita degna.

Con queste motivazioni circa 340 persone internate nella prigione per migranti di Saharonim, nel confine israeliano con l’Egitto, hanno protestato nella giornata del 3 maggio.

La determinazione ha portato al rifiuto di rientrare nelle celle, scegliendo invece di affollare il cortile del complesso carcerario per 3 giorni consecutivi.

Lo status giuridico con le quali queste persone vengono imprigionate, senza limiti di tempo, è quello della richiesta d’asilo politico. Si tratta quindi di persone che provengono da contesti di oppressione e violenza e, una volta intrapreso il viaggio e approdate nei confini di Israele, vengono segregate dentro un campo d’internamento etnico, invisibile agli occhi di tutt* perchè in una zona di frontiera.

sahaSecondo quanto raccontato dalle squadre speciali israeliane, l’intervento volto a sedare la protesta non è stato violento perchè le persone sono state forzate a tornare nelle celle pur opponendosi con la resistenza passiva.

Domenica 5 maggio, dopo 3 giornate di lotta, sono stat* quindi tutt* obbligat* a tornare nelle celle e quest’operazione ha portato al ferimento di 2 carcerieri. Nulla è dato sapere sulle condizioni delle persone internate.

Per conoscere qualche dettaglio in più sulla “Prevention of Infiltration Law”, ovvero il dispositivo legale che Israele utilizza per internare “gli infiltrati”, ovvero migranti criminalizzati per quello che sono: “Sfruttamento e marginalità imposte. Odio e squadrismo razzista anche in Israele”.

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GIOVENTU’ RUBATE – Storie di giovani del Campo Profughi di Aida

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Ondata di arresti in Cisgiordania

Questa notte l’esercito sionista ha sferrato una larga campagna di arresti in Cisgiordania.

In totale sono state arrestate 15 persone.

Dal campo profughi Aida (zona nord di Betlemme):
*Ahmad H. (21 anni)
*Ahmad O. (21 anni)
*Murad Karaja (20 anni)

Dal campo profughi di Beit Jibreen (nord di Betlemme):
*Jihad Abu S. (20 anni)
*Amid A. (21 anni)

Dal villaggio Al Khader (sud di Betlemme):
*Ahmad M. (20 anni)

Dal campo profughi di Jenin (nord della Cisgiordania):
*Abed Abul H. (30 anni)
*Asem Abul H. (28 anni)
*Ibrahim Al S. (45 anni)
*Jamal Abul H. (26 anni)
*Khaled El H. (47 anni)

Dal villaggio di Surif (zona di Hebron):
*Atef B. (32 anni)

Dal villaggio di Halhul (nord di Hebron):
*Akram S. (14 anni)
*Qusai Z. (15 anni)

Dal villaggio di Beit Kahel (zona di Hebron):
*Humam A. (20 anni)

Inoltre, l’esercito israeliano ha consegnato degli ordini di interrogatorio a 7 persone.

Dal villaggio di Raba (zona di Jenin):
*Mohammad B. (22 anni)
*Rabie B. (22 anni)
*Yazan B. (24 anni)

Dal campo profughi Aida (nord di Betlemme):
*Abed A. (20 anni)
*Khaled A. (27 anni)
*Walid A. (23 anni)

Dal villaggio di Yatta (sud di Hebron):
*Ra’afat Al A. (30 anni)

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Il giorno della terra a Burin

Burin si trova vicino Nablus in Palestina. Un piccolo villaggio che vive di agricoltura, stretto tra due insediamenti di coloni Bracha e Yitzhar che insieme all’esercito di occupazione israeliano cercano regolarmente di impedire ai contadini di recarsi nelle proprie terre. Il giorno della terra il 30 marzo 2013 un gruppo di internazionali insieme agli abitanti di Burin si reca in un pezzo di terra per piantare piccoli ulivi. Subito la repressione dell’esercito.

Gli accordi di Oslo del 1993 riconobbero definitivamente l’occupazione israeliana sui confini della guerra che avvenne nel 1967 e non sulla nakba cioè la cacciata dei palestinesi dalle loro case nel 1948. Questi confini della Cisgiordania sono così stati divisi in tre settori: l’area A comprende le città palestinesi e alcune zone rurali di distanza da centri di popolazione di Israele nel nord (tra Jenin, Nablus, Tubas, e Tulkarm), il sud (nei pressi di Hebron), e uno nel centro sud di Salfit. L’area B aggiunge altre popolate aree rurali, molto più vicino al centro della Cisgiordania. L’area C contiene tutti gli insediamenti israeliani, le strade di accesso utilizzato per gli insediamenti, zone cuscinetto (vicino a insediamenti, strade, aree strategiche, e in Israele), e quasi tutta la Valle del Giordano e il deserto di Giuda. E’ fuori dagli accordi Gerusalemme. Firmando invece gli accordi che vanno sotto il nome di Oslo 2 (settembre 1995), Israele in cambio del via libera alla nascita dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), si assicurò il controllo totale del 61% della Cisgiordania (Area C), fino ad un accordo definitivo dello status dei Territori occupati palestinesi che, nel frattempo, non è mai arrivato. Ha anche il controllo di sicurezza della cosiddetta Area B (oltre 20% della Cisgiordania) dove l’amministrazione civile è palestinese. All’Anp dopo 19 anni di trattative, rivolte palestinesi contro l’occupazione, negoziati veri e presunti, resta il controllo pieno di meno del 20% della Cisgiordania.

Oggi in Area C vivono oltre 300mila coloni israeliani e un numero imprecisato di palestinesi: dai 117mila registrati dall’Ufficio Centrale di Statistica dell’Anp ai 92mila indicati da Israele, fino ai 150mila delle statistiche ufficiali di Ocha, l’ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu. E sulla base di questi numeri la destra israeliana chiede al governo di passare alle vie di fatto e di annettere subito l’Area C, in modo da definire con un atto unilaterale i confini dell’entità (senza reale sovranità) che sarà chiamata Stato di Palestina all’interno della Cisgiordania.

Tutte queste aree in realtà sono vere solo su mappe stampate dall’ONU, perché sul campo si combatte quotidianamente contro un’occupazione che cerca di annettere sempre più terre e di arrestare, uccidere e far espatriare sempre più palestinesi in qualsiasi area si trovino.

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Martedì 16/04: Roma incontra la Palestina

Vi segnaliamo questa giornata densa di appuntamenti per incontrare, conoscere e salutare i ragazzi e le ragazze che sono venut* da Gaza e che, dopo quest’ultima giornata insieme, ripartiranno.
Ci vediamo nelle strade del quartiere San Paolo!
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Samer Issawi scrive una lettera agli e alle israelian*

samerissawi2blacknwhiteFonte con la traduzione in italiano:
Nena News
Disegno di Doc Jazz

Israeliani, sono Samer Issawi in sciopero della fame da otto mesi consecutivi, attualmente ricoverato in uno dei vostri ospedali chiamato Kaplan.
La mia situazione è monitorata 24 ore su 24 grazie ad un dispositivo medico che è stato inserito sul mio corpo. I miei battiti cardiaci sono rallentati e il mio cuore può cessare di battere da un momento all’altro.
Tutti – medici, funzionari e ufficiali dell’intelligence – attendono la mia resa e la mia morte.

Ho scelto di rivolgermi a voi intellettuali, scrittori, avvocati, giornalisti, associazioni e attivisti della società civile per invitarvi a farmi a visita, in modo tale che possiate vedere ciò che resta di me, uno scheletro legato ad un letto d’ospedale, circondato da tre carcerieri esausti che, a volte, consumano le loro vivande succulente, in mia presenza. I carcerieri osservano la mia sofferenza, la mia perdita di peso e il mio graduale annullamento. Spesso guardano i loro orologi e si chiedono a sorpresa: come fa questo corpo così martoriato a resistere dopo tutto questo tempo?

Israeliani,

Faccio finta di trovarmi innanzi ad un intellettuale o di parlare con lui davanti ad uno specchio. Vorrei che mi fissasse negli occhi e osservasse il mio stato comatoso, vorrei rimuovere la polvere da sparo dalla sua penna e il suono delle pallottole dalla sua mente,in modo tale che egli sia in grado di scorgere i miei lineamenti scolpiti in profondità nei suoi occhi. Io vedo lui e lui vede me; io lo vedo nervoso per le incertezze future, e lui vede me, un fantasma che rimane con lui e non lo lascia.

Potete ricevere istruzioni per scrivere una storia romantica su di me, e lo potreste fare facilmente. Dopo avermi spogliato della mia umanità, potrete descrivere una creatura che non possiede null’altro che una gabbia toracica, che respira e soffoca per la fame, perdendo di tanto in tanto coscienza. Ma, dopo il vostro freddo silenzio, il racconto che parla di me, non sarà null’altro che una storia letteraria o mediatica da aggiungere al vostro curriculum, e quando i vostri studenti diventeranno adulti crederanno che i Palestinesi si lasciano morire di fame davanti alla spada dell’israeliano Gilad e voi potrete rallegrarvi per questo rituale funebre e per la vostra superiorità culturale e morale.

Israeliani,

Io sono Samer Issawi il giovane “Araboush” come mi definisce il vostro gergo militare, l’Uomo di Gerusalemme che avete arrestato senza accusa, colpevole solo di essersi spostato dal centro di Gerusalemme verso la sua periferia. Io sono stato processato due volte senza alcuna accusa perché nel vostro Paese sono le leggi militari a governare e i servizi segreti a decidere mentre tutti gli altri componenti della società israeliana devono limitarsi a trincerarsi e nascondersi dietro quel forte che continua ad essere chiamato purezza di identità – per sfuggire all’esplosione delle mie ossa sospette. Non ho udito neanche uno di voi intervenire per tentare di porre fine allo squarciante gemito di morte. E’ come se ognuno di voi – il giudice, lo scrittore, l’intellettuale, il giornalista, l’accademico, il mercante e il poeta – si fosse trasformato in un affossatore e indossasse una divisa militare. E stento a credere che una società intera sia diventata spettatrice della mia morte e della mia vita e protettrice dei coloni che hanno distrutto i miei sogni insieme agli alberi della mia Terra.

Israeliani,

Morirò soddisfatto e avendo soddisfatto gli altri. Non accetto di essere portato fuori dalla mia patria. Non accetto i vostri tribunali e le vostre leggi arbitrarie. Dite di aver calpestato e distrutto la mia Terra in nome di una libertà che vi è stata promessa dal vostro Dio, ma non riuscirete a calpestare la mia nobile anima disobbediente. La mia anima si è risanata, si è liberata e ha celebrato il tempo che le avete tolto. Forse capite che la consapevolezza della libertà è più forte di quella della morte… Non date ascolto a quei luoghi comuni, ormai obsoleti perché lo sconfitto non rimarrà sconfitto in eterno così come il vincitore non resterà un vincitore in eterno. La storia non si misura solo attraverso battaglie, massacri e prigioni ma anche e soprattutto dal sentirsi in pace con gli Altri e con se stessi.

Israeliani,

Ascoltate la mia voce, la voce dei nostri tempi, nonché la vostra voce! Liberate voi stessi dell’eccesso avido di potere! Non rimanete prigionieri dei campi militari e delle sbarre di ferro che hanno serrato le vostre menti! Io non sono in attesa di essere liberato da un carceriere ma sto aspettando che voi vi liberiate della mia memoria.

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Io Omonazionalismo prendo te Sionismo come mio sposo: Cime di Queer non ci sta!

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato del Collettivo Cime di Queer riguardo la contestazione del 3 aprile a Bari contro la propaganda sionista e la normalizzazione della lotta delle soggettività LGBTIQ.

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“Oggi il collettivo Cime di queer, durante la conferenza barese promossa da un’associazione locale insieme alla CGIL, ha contestato la riproposizione del matrimonio omosessuale in termini etero-normativi e la presenza del sionista Franco Grillini, noto sostenitore di Israele.

In questi mesi a Bari si sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione sul tema dell’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali.

In quanto soggetti queer e rivoluzionari, consci del fatto che i soggetti omosessuali non abbiano gli stessi diritti riconosciuti legislativamente agli eterosessuali, riteniamo che il matrimonio non sia una rivendicazione includente bensì uno specchio delle dinamiche discriminatorie e subalterne tipiche della “cultura” etero normativa.

Il concetto di matrimonio ci riporta indietro, alla fallimentare lotta LGBTIQ di pochi anni fa, quando si riteneva che gli omosessuali per essere soggettività “integrate” dovessero normalizzarsi, appiattendo le loro eccentricità. La normalizzazione non ci piace e non ci interessa, per questo abbiamo spostato il dibattito sulla lotta ai diritti individuali minimi e fondamentali (come la libertà dei migranti di circolare liberamente nel territorio europeo o l’accesso al welfare dei soggetti LGBTIQ in quanto singolarità).

Ciò a cui mira l’estensione del diritto al matrimonio è l’inglobamento normalizzante dei soggetti lgbit nella società italiana attuale,ovvero l’omonazionalismo. Con tale termine è indicata l’accettazione e l’inclusione di alcuni omosessuali nello stato-nazione. La nuova cittadinanza gay, accettata sulla base dell’appartenenza alla nazione, viene creata alle spese di coloro che rappresentano forme di alterità razzializzate o sessualizzate,coloro che non potranno mai pienamente appartenere alla nazione.L’omosessualità nazionalista viene rigirata come un marchio che regola chi può essere considerato un cittadino gay per bene, mentre rinforza stereotipi razziali e sessuali, giustificando l’esclusione sociale di intere popolazioni.

Collegato a questo tema vi è la strategia sionista del “Pinkwashing”, pratica che consiste nell’occultamento della violazione dei diritti umani dei Palestinesi, sotto la copertura di un’immagine di modernità esemplarizzata dalla vita gay israeliana.

Accade oggi che Israele (lo stesso popolo vittima di atrocità durante l’epoca del nazi-fascismo), per nascondere il genocidio in corso contro il popolo palestinese, promuova una politica gayfriendly tutta mainstream per ripulire la sua politica di natura assassina.

I gruppi LGBTIQ mainstream vengono finanziati da personalità filo-israeliane, con lo scopo di essere  tutti omosessuali in carriera, con la pelle bianca e che “sposano”, appunto, la pratica omonazionalista tout court.

Ci opponiamo dunque a qualunque forma di omonazionalismo, che vede i soggetti lgbit appiattirsi alle logiche economiche, politiche e fisiche di una società eteronormata; una società che non accetta nè riconosce la diversità eccentrica dei soggetti lgbit e che ci vuole tutt* normalizzate o presunt* tali. Una società che in cambio dell’anonimato (anche come soggettil gbitq) ci illude della concessione di diritti. O, forse, siamo noi a credere in tale illusione in cambio del nostro appiattimento?

Ecco perchè, dunque, riteniamo importante una riflessione sui diritti di ieri e di oggi. Perchè se i diritti di oggi non tengono conto delle nostre insanabili diversità non sappiamo che farcene di matrimoni di serie B.

Collettivo Cime di Queer per la liberazione del popolo palestinese!
“Noi, lesbiche-gay-trans, dobbiamo proteggerci contro questo nuovo odio verso gli immigrati”. Judith Butler

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Egitto – La riconquista della dignità

egyLa “Riconquista della dignità” è il nome della giornata di lotta del 22 marzo 2013, in cui centinaia di manifestanti si sono diretti verso il quartier generale dei Fratelli Musulmani che si trova sulla collina del Moqattam. Un’organizzazione che martedì scorso è diventata una ONG a tutti gli effetti dopo la richiesta ufficiale al Ministero dell’Interno che in un giorno ha approvato la domanda, nonostante sia illegale dagli anni ’50. Infatti dal nome iniziale della sede “jamaa Islamiya” ovvero Fratelli islamisti sono diventati “jameya Islamiya” ossia associazione islamica. Continuano ad essere illegali per le regole di qualsiasi ONG, che non dovrebbe avere nessun legame politico né religioso, ma i FM sono tutto questo ed è intuibile il motivo per il quale siano riusciti a diventarlo. La tensione è cresciuta dopo gli avvenimenti della settimana scorsa, sempre al Moqattam davanti alla loro sede, in cui alcuni rivoluzionari si erano diretti per manifestare il proprio dissenso contro Morsi e la sua “Fratellanza” e in cui ad alcune scritte e ad alcuni graffiti, hanno risposto con la violenza soprattutto contro le donne.
egy2In particolare si è diffusa una foto di una ragazza schiaffeggiata da uno di loro, e ancora l’uso spropositato della violenza contro i giornalisti/e o chiunque cercava di documentare ciò che stava accadendo.

Quest’ultimo episodio, le morti per tortura eseguite dalla polizia e le uccisioni a freddo ed in generale la forte ondata repressiva che ha visto la morte di moltissimi ragazzi da quando Morsi è al potere, hanno portato alla chiamata per questo venerdì. Nessuno dimentica Al-Husseini Abu Deif, ucciso con un’arma da fuoco davanti al palazzo presidenziale, Kristy, Gika, Yussef al Gendi e Mohammad al Shafaii rimasto per più di un mese nascosto nell’obitorio o l’agghiacciante morte del piccolo Omar Salah, il giovane venditore ambulante, e come loro purtroppo tanti altri.

Dopo la preghiera sono iniziati i cortei da varie zone del Cairo come Sayeda Aisha. Da subito sono iniziati gli scontri con le milizie dei FM che si trovavano sulla salita del Moqattam. Molti dei loro autobus, con cui reclutano gente dai paesini limitrofi, sono stati bruciati. Alcuni manifestanti si trovavano già da tempo nella piazza centrale della zona, dove anche lì la guerriglia si è accesa con un confronto faccia a faccia e un incessante lancio di pietre e non solo. Molti esponenti dei FM sono stati catturati dai manifestanti. Molti di loro come unica via di uscita hanno deciso di nascondersi nella moschea che si trovava nella strada della piazza centrale e sono stati bloccati dentro dai manifestanti finché le forze dell’ordine non sono intervenute per liberarli durante la sera. Al contrario, loro  hanno sequestrato vari rivoluzionari nelle moschee e dopo averli torturati li hanno rilasciati all’alba senza vestiti in mezzo alla strada.
La rabbia e la forza con cui sono stati respinti i FM li ha costretti ad indietreggiare. Verso sera gli scontri si sono spostati vicino alla sede del quartier generale in cui un forte dispiegamento di polizia era fermo in una strada laterale, e pronto a difendere il covo spalleggiandosi con un blocco delle milizie della Fratellanza pronte a respingere i rivoluzionari. La loro inadeguatezza nel confronto diretto li ha portati a cercare diverse strategie per bloccare la rabbia e di reprimere la furia della gente, come ad esempio il tentativo di cercare rifugio nelle case degli abitanti della zona sequestrando una famiglia.
La resistenza era troppo alta e la tenacia dei manifestanti inarrestabile, così hanno perso da tutti i punti di vista.
Che i FM continuano a perdere consensi lo ha dimostrato una giornata come ieri in cui la rabbia è esplosa e la sete di vendetta era e continua ad essere il vero sentimento che anima i manifestanti, donne, uomini, ragazze e ragazzi e molti i bambini. Non solo, anche la loro perdita nelle elezioni universitarie, nelle elezioni dei sindacati dei giornalisti e dei farmacisti. In tutto l’Egitto le loro sedi continuano ad essere bruciate e questo è un segno chiaro della volontà del popolo che vuole giustizia a tutti i costi e trova il modo per riappropriarsi della dignità che ogni giorno la “Fratellanza”, come la giunta militare o le forze dell’ordine cercano di rubare. Con rabbia e con amore continua la guerriglia.

Video a cura di “The Mosireen Collective con interviste ai manifestanti sequestrati dai Fratelli Musulmani e torturati all’interno della moschea

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Aida camp – Dax Vive –

aida per daxPubblichiamo una foto che i/le antifascist* del campo profughi di Aida (Betlemme) ci hanno mandato come contributo a questa giornata di lotta.

Una scritta in ricordo di Dax proprio davanti la torretta militare carbonizzata dalla resistenza palestinese del campo profughi: l’antifascismo e la degna lotta contro il colonialismo sionista e i suoi dispositivi oppressivi.
Ricordando Dax non smetteremo mai di ricordare anche Rachel, uccisa dal colonialismo sionista proprio il 16.03.2003 a Gaza.

10 anni dopo, le lotte di Dax e Rachel vivono nelle nostre, l’amore per i compagni e le compagne uccis* alimenta la nostra rabbia.

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