PRIGIONI A CIELO APERTO

4-11-2009

Alle 8 in punto si parte per Nahalin, secondo i
programmi ci aspettano per una giornata di raccolta collettiva delle
olive.

Un ennesimo provvedimento autoritario dello stato
d’israele, che punisce con la reclusione ed una multa chiunque chieda
il supporto degl’internazionali durante la raccolta delle olive
, ha
anticipato l’inizio della campagna.

Accolti in un edificio utilizzato come centro
organizzativo del villaggio, c’imbattiamo nella folla che popola
tutte le stanze e con un breve colpo d’occhio capiamo che donne e
bambine/i sono in attesa di ricevere cure mediche…è l’unico giorno
della settimana dove gli/le abitanti del villaggio possono incontrare
gratuitamente un medico.

 

Conosciamo uno dei rappresentanti del villaggio che,
davvero dispiaciuto, ci annuncia l’annullamento della giornata di
lavoro nei campi a causa del maltempo. Decidiamo quindi di conoscere
approfonditamente la realtà del villaggio attraverso i racconti
degli abitanti: il villaggio fa parte della zona "C", ossia
appartiene a quella fetta di territori sotto il totale controllo
dell’esercito israeliano. La difficoltà negli spostamenti ha delle
cause che derivano principalmente dall’accerchiamento delle colonie,
dalla sola via d’accesso e dai continui attacchi dei militari e dei
coloni che le persone subiscono. Come se l’infame assedio non
bastasse, i 7000 abitanti di questo villaggio verranno presto
isolati dal resto del territorio di Betlemme attraverso la
costruzione del muro dell’apartheid.

Questa stessa sorte, secondo i piani sionisti,
dovrebbe capitare a chi popola altri due villaggi di questa zona,
costringendo a vivere in una prigione a cielo aperto un totale di
20000 persone. Nonostante la proprietà delle terre sia documentata
dai tempi dell’impero ottomano, il progetto espansionistico delle
colonie vuole costringere I palestinesi ad abbandonare la propria
terra e le proprie case: l’avvelenamento delle acque e delle terre e’
uno degli strumenti utilizzati per perseguire questo scopo senza
l’utilizzo della violenza diretta poiché, secondo le assurde leggi
israeliane, una terra inutilizzata per 15 anni viene automaticamente
confiscata.

Percorrendo le strade del villaggio e osservando
l’orizzonte, siamo stati continuamente accompagnati dalla presenza
inquietante della colonia sul versante opposto della valle.

Arrivando al complesso scolastico ci ha colpito la
calorosissima accoglienza dei bambini che in parte ha attenuato
l’angoscia di toccare con mano l’esperienza quotidiana
dell’occupazione.

Lo sfarzo dei giardini, le costruzioni eleganti e
l’abbondanza di spazi, tutto estremamente rivolto in maniera
sfacciata a chi un tempo, su quelle terre, poteva costruire una
prospettiva di vita futura. Emblematico di questo aspetto, il
pilastro dell’alta tensione che porta l’elettricità alla colonia,
piantato al lato dell’unico campo da calcio destinato al divertimento
dei/delle ragazzi/e del villaggio.

Dopo la visita all’antico frantoio, che testimonia
le radici e le tradizioni di chi ha da sempre vissuto queste terre,
salutiamo i nostri accompagnatori con il cuore in gola.

Questa giornata intensa si conclude con una tappa da
Abed per concludere il lastricato iniziato due giorni prima e
piantare nuovi ulivi sulla sua terra.

Daje Forte!

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