ASSEDIO COSTANTE

Hebron

La sera del 3 novembre programmiamo il nostro viaggio a Hebron per il giorno successivo. Nella notte ci svegliamo a causa dell’ennesima incursione dell’esercito israeliano nel campo e la mattina seguente, ancora assonnati, ci mettiamo in viaggio e attraversiamo senza troppi problemi i check point che per anni sono stati l’incubo quotidiano di moltissime persone. Hebron rappresenta una delle realtà più critiche all’interno della West Bank poiché, oltre ad essere circondata da insediamenti abitati dai coloni che si distinguono per essere tra i più violenti all’interno dei territori occupati, ha subito nella città vecchia una colonizzazione unica nel suo genere. Dopo la strage avvenuta nel 1994, quando un colono ebreo apri il fuoco dentro una moschea uccidendo decine di palestinesi raccolti in preghiera, la città rimase sotto coprifuoco per diversi mesi, quando questo cessò e le persone poterono riuscire di casa, il territorio urbano aveva subito una drammatica trasformazione.

Hebron è stata divisa in diversi settori, molte strade sono state sia recintate che murate, moltissime abitazioni lasciate vuote dalle persone in fuga vennero occupate dai coloni e molti edifici vengono tutt’ora espropriati aipalestinesi. Per avere un’idea del grado di militarizzazione presente, basta pensare che ci sono circa 60 checkpoint attivi con i quali i militari controllano interamente Hebron eche l’interno della città vecchia è abitato da circa mille coloni che godono della protezione di circa 5000 soldati appostati anche suitetti delle case.

Prima di addentrarci tra i vicoli del mercato visitiamo la sede dell’Hebron Rehabilitation Centre, un’organizzazione che si occupa del recupero delle case palestinesi rese inabitabili dal 1994. Camminando nel mercato è ben evidente che la maggior parte delle attività commerciali sono chiuse e che i vicoli, che per secoli hanno brulicato di vita, sono deserti a causa delle continue aggressioni dei coloni e dei coprifuochi imposti dai militari per spalleggiare le continue violenze.

Le strade, quasi deserte, sono sovrastate da reti metalliche che i palestinesi hanno montato per proteggersi dal continuo lancio di pietre e rifiuti da parte dei coloni che hanno espropriato i piani superiori degli edifici del mercato.

È difficile esprimere in poche righe il senso di angoscia che si respira camminando per Hebron. La carovana di sport sotto l’assedio ha già percorso questi vicoli negli ultimi anni e come in aprile decidiamo di passare a trovare una famiglia che si trova a vivere una delle situazioni più drammatiche in un contesto già di per sé molto difficile. Grazie a "Shooting back", progetto di documentazione dell’associazione B’Tselem, questa famiglia ha ora la possibilità di testimoniare concretamente le violenze che i coloni commettono indisturbati. Dopo l’accoglienza calorosa, ci raccontano gli ultimi episodi di violenza: una decina di giorni prima del nostro arrivo, con l’aiuto di alcuni internazionali, la famiglia aveva cercato di costruire un muretto per delimitare la propria terra. Proprio su questa terra, i coloni che abitano nell’insediamento a poche decine di metri hanno deciso dimontare un tendone da utilizzare come sinagoga per la preghiera. Il tentativo di rivendicare il diritto ad utilizzare la propria terra si è concluso con un’aggressione violenta da parte dei coloni e dei militari che ha portato all’arresto e al ferimento di diversi palestinesi ed internazionali.

Tornando verso Deheishe non possiamo fare altro che confermare quanto sia fondamentale raccontare e diffondere in ogni modo possibile la violenza che questa gente subisce quotidianamente.

Grida la tua rabbia! Il silenzio è complicità!

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