Come l’ossessione per la “nonviolenza” danneggia la causa palestinese

di Linah Alsaafin – traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
Pubblichiamo la traduzione di questo articolo che trovate in versione originale sul sito di Electronic Intifada perchè crediamo sia ricco di spunti di riflessione sia sulla solidarietà senza frontiere, sia su quanto alcune strategie di lotta vengano recuperate e normalizzate da chi vuole costituire o proteggere un potere dominante. Quelle che riconoscerete in questo testo sono analisi che crediamo utili per comprendere la lotta contro il progetto coloniale sionista e i condizionamenti che provano a schiacciarla ma anche considerazioni importanti per allargare le reti di complicità fra chi lotta in ogni parte del mondo.

Negli ultimi anni il dibattito occidentale intorno alla causa palestinese ha utilizzato nuovi – e superficiali – aggettivi per descrivere la resistenza palestinese: la resistenza “nonviolenta” palestinese, la resistenza “pacifica” palestinese, la resistenza “popolare” palestinese, la resistenza “non armata” palestinese. E, la più popolare di tutte, la resistenza “gandhiana” palestinese.

Un dibattito adottato anche dai Comitati Popolari di resistenza palestinesi, nati in seguito al successo della storia di un villaggio in Cisgiordania, Budrus, che ha dato il via a manifestazioni popolari, riuscendo a riottenere il 95% della terra che gli era stata espropriata dal Muro di Apartheid israeliano nel 2003.

Tuttavia, la concentrazione ossessiva e maniacale su uno tipo specifico di resistenza ha, in un modo o nell’altro, contribuito alla delegittimazione di altre forme di resistenza, e nello stesso tempo a chiudere una discussione aperta su cosa sia attualmente la resistenza popolare.

Una panoramica storica della resistenza palestinese testimonierebbe l’utilizzo di diverse forme di resistenza, per quanto non siano state considerate separatamente dagli stessi palestinesi.

I palestinesi erano consapevoli di essere stati privati dei loro diritti e affrontavano i loro occupanti.

Ci sono state le manifestazioni del 1929 al Muro del Pianto contro il controllo del sito da parte degli ebrei, sostenuto dal Mandato britannico, che provocò la morte di centinaia di palestinesi ed ebrei; la sollevazione armata del 1935 guidata da Izz al-Din Qassam contro i soldati britannici; lo sciopero del commercio lungo 6 mesi contro il Mandato britannico e il colonialismo ebraico gli anni seguenti; la conseguente rivolta lunga 3 anni brutalmente soppressa dai britannici.

Durante l’inizio di quella che sarà poi conosciuta come Prima Intifada, nel 1987, l’immagine iconica di un palestinese che tirava pietre contro un esercito sofisticatamente armato, ha “redento” la resistenza palestinese dall’aver dirottato aerei negli anni Settanta.

Non c’è bisogno di spiegare

Attualmente gli israeliani, gli internazionali e sfortunatamente anche qualche palestinese “illuminato” campione di “resistenza nonviolenta” considerano il tirare una pietra un atto violento.

L’argomentazione è che tirare pietre rovinerebbe la reputazione dei palestinesi nel mondo occidentale e negherebbe immediatamente il carattere “nonviolento/pacifico” del movimento di resistenza.

Un’argomentazione che cade però nella trappola del dettato occidentale (si legga ‘coloniale’) su quali siano i metodi e i mezzi accettabili per resistere.

I popoli oppressi non sono tenuti e non dovrebbero dover spiegare l’oppressione ai loro oppressori, né adattare la loro resistenza al comfort dell’oppressore e dei loro sostenitori.

L’ultima volta che in Palestina abbiamo avuto un movimento di resistenza genuino e popolare (prima delle lotte contro il Muro dell’Apartheid in Cisgiordania nel villaggio di Budrus, agli inizi del 2000) è stato durante i primi tre anni della Prima Intifada.

Nel 2005, la gente del villaggio di Bilin ha avviato le sue proteste settimanali contro il muro israeliano costruito sulla loro terra.

Il Comitato di Coordinamento della Lotta Popolare (Popular Struggle Coordination Committee – PSCC) è stato creato nel 2008, sponsorizzato come la rinascita della resistenza popolare man mano che altri villaggi in West Bank iniziavano le loro manifestazioni settimanali, effettivamente raccolti sotto l’ombrello del Pscc.

Mohammed Khatib, uno dei fondatori del Pscc, mi ha detto in un’intervista che il Comitato “ha cercato di intraprendere azioni creative dirette come risultato dello scarso numero di partecipanti alle proteste”.

Salvati finanziariamente dall’Autorità Palestinese

Il modello del Pscc è costruito intorno all’obiettivo di ottenere sostegno internazionale e sensibilizzare i media, e da questo punto di vista ha dimostrato di aver riscosso un notevole successo.

Eppure l’utilizzo del termine “resistenza popolare” è scorretto, semplicemente un’imprecisione, dal momento che le manifestazioni non sono basate sulla strategia di mobilitazione o su un obiettivo, non includono la maggioranza o almeno la metà degli abitanti dei villaggi, e alcuni di quelli che vi partecipano vietano alle loro mogli e figlie di partecipare.

La struttura dei Comitati è costruita su basi non democratiche, con figure dei diversi villaggi auto-eletti in posizioni di leadership.

Il primo ministro non-eletto dell’Autorità Palestinese, caro all’Europa e agli Stati Uniti, Salam Fayyad, finanzia il Comitato con più di mezzo milione di shekels (circa 125mila dollari) ogni anno.

“Dall’ottobre del 2009 abbiamo ricevuto 50mila shekels al mese da Fayyad”, afferma Khatib.

I soldi, a quanto sembra, sono destinati a finanziare le cauzioni dei palestinesi arrestati durante le proteste, necessità logistiche e questioni amministrative.

“I costi non possono essere coperti se non con il sostegno e le donazioni di istituzioni ufficiali”, ha spiegato Khatib.

“Nel 2008 in un solo mese sono stati arrestati quindici palestinesi di Bil’in. Quindici persone che avevano bisogno di essere rappresentate da un avvocato e cauzioni da pagare. Le donazioni dei sostenitori, semplicemente, non erano sufficienti”.

Fayyad ha un’agenda politica che non si fa scrupoli a rendere pubblica.

Durante la VII Conferenza annuale di Bil’in, nell’aprile di quest’anno (2012, ndt), ha parlato di come queste “proteste popolari sono un passo verso uno stato di Palestina economicamente indipendente sui confini del 1967”.

Un’affermazione in evidente contrasto con gli slogan popolari di quelle stesse manifestazioni, che recitano “dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” (dal fiume Giordano al Mediterraneo, ndr).

Ancora più concretamente, Fayyad comanda nominalmente le forze di sicurezza che lavorano con quello stesso esercito israeliano che sta compiendo il furto di terra dai villaggi.

Khatib è consapevole delle criticità legate ad un presunto Comitato popolare che accetta finanziamenti dai politici.

“Ho incontrato personalmente Salam Fayyad diverse volte dal 2010, e gli ho spiegato che i Comitati popolari non vogliono questi soldi. Ma non ha ascoltato”, aggiunge Khatib.

Il Pscc è anche finanziato da organizzazioni non governative che vi partecipano con i loro schemi e piani.

Per esempio, il gruppo spagnolo NoVa cerca, in base a quanto scritto sul loro sito, di “offrire sostegno alla società civile in zone di conflitto nel campo della prevenzione della violenza, della costruzione della pace, della mediazione e della trasformazione nonviolenta dei conflitti”. NoVa sostiene anche un programma di studi chiamato “Executive Diploma for Leading Change”.

Stando a quanto raccontato da Beesan Ramadan, che vi ha partecipato, il vice console spagnolo Pablo Sanz è stato ospitato in uno dei corsi per una lezione su “il modo corretto di resistere”, per poi affermare che i palestinesi dovrebbero essere “pragmatici” e considerare di non tirare pietre durante i cortei.

Sanz ha spiegato che il suo lavoro al consolato è più difficile quando, durante la manifestazioni a cui partecipa con funzionari europei, qualcuno tira pietre.

Impantanati nell’apatia

Questo è il problema di fondo delle proteste a cui internazionali e israeliani amano tanto partecipare. Il Pscc non rappresenta la società palestinese, impantanata in un’apatia profonda dovuta a diversi fattori: la dipendenza di un gran numero di persone dai prestiti delle banche, l’illusione di uno “Stato” come presentato dall’agenda neoliberale del piano di “state-building” di Fayyad, l’alto costo dei sacrifici già fatti e la stanchezza per 64 anni di crescente e incessante occupazione e colonizzazione.

A mettere in secondo piano tutto questo ci sono poi gli Accordi di Oslo del 1990, che hanno solo legittimato e radicato l’occupazione israeliana invece di liberarsene.

Necessità di mobilitazione

Allo stesso tempo, sono stati compiuti sforzi per portare delegazioni di europei e internazionali e mostrare loro i dintorni dei villaggi, coinvolgendoli nelle manifestazioni settimanali e costruendo legami di solidarietà che portano a tour nei quali i leader dei Comitati popolari raccontano la situazione e parlano di “resistenza nonviolenta”.

Tuttavia, non sono stati fatti eguali sforzi per mobilitare i palestinesi.

Il fallimento in questo senso è indicativo di quale sia l’attitudine prevalente nella società palestinese, che dalla prima manifestazione di Bil’in nel 2005 non è cambiata.

Sette anni di manifestazioni settimanali e l’atteggiamento generale è ancora quella di apatia, disprezzo per la “resistenza di Fayyad” e disperazione per l’inutilità di tutto questo; di ‘quanto sono coraggiosi’ i giovani a rischiare la loro vita settimana dopo settimana, ma di come tutto questo non servirà a cambiare lo status quo.

Criticando questo modello di resistenza non sto cercando di sminuire o dubitare del coraggio di uomini e donne che lottano contro l’occupante, o del sacrificio fatto da molti villaggi, in modo particolare da chi ha visto i propri figli e figlie uccisi o feriti dalle forze armate israeliane.

La pressione fisica e psicologica che subiscono i villaggi a causa dei frequenti raid notturni nelle case, degli arresti di molti membri delle famiglie e dell’impotenza di non poter dare ai loro bambini un futuro migliore, sono tutte cose da prendere in considerazione, così come la loro ammirevole fermezza e convinzione che queste manifestazioni siano un modo efficace di sfidare l’occupazione.

Niente di simile a una “lotta comune” con gli israeliani

Oltre alla questione sulla strategia alla base e sull’efficacia di queste forme di protesta, la partecipazione di attivisti israeliani è senza dubbio un importante argomento di dibattito.

Le dinamiche attuali della “resistenza palestinese” hanno attirato molti israeliani alle manifestazioni, rendendole una prospettiva allettante almeno quanto una destinazione turistica.

A meno che non sia esplicitamente dichiarato dagli abitanti dei villaggi o dalla comunità palestinese coinvolta nelle dimostrazioni, nessuno si rifiuta di permettere agli israeliani di partecipare alle proteste.

Con questo in mente, è però utile ammettere che la maggioranza della società palestinese non ha fiducia  negli israeliani sin dall’inizio. Quindi, quale dovrebbe essere esattamente il ruolo degli attivisti israeliani?

E’ scontato dire che gli attivisti israeliani non devono in alcun caso assumere ruoli di leadership o di decision-making all’interno della lotta palestinese, ma al contrario restarne ai margini.

Nella mia esperienza personale, la maggior parte degli attivisti israeliani è già arrivata a questa considerazione e la comprende.

Una volta definita la loro presenza nelle manifestazioni palestinesi, la loro principale responsabilità è di documentare i crimini dell’esercito di occupazione israeliano, facilitare azioni legali nel caso in cui palestinesi vengano arrestati dall’esercito e deviare gli arresti, che significa interporsi tra i palestinesi che stanno per essere presi e i soldati, permettendo ai palestinesi di avere più tempo per scappare.

Eltezam Morrar del villaggio di Budrus, che guida le donne nel suo villaggio per manifestare contro l’occupazione militare, condivide il timore che la realtà attuale non sia completamente guidata da voci palestinesi.

“Ogni internazionale o israeliano che vuole unirsi alle nostre manifestazioni è il benvenuto”, mi ha detto.

“Ma come mi ha detto una volta mio padre, siamo i soli che possono stabilire l’agenda politica della resistenza, e gli israeliani o gli internazionali che ci sostengono devono seguirla. Al momento non sono completamente sicura che l’agenda sia al 100% palestinese”.

La questione è ulteriormente complicata dall’assenza di una leadership palestinese davvero rappresentativa, capace di impostare una strategia di resistenza e una mobilitazione di massa, invece che impelagarsi nella creazione di un (non)stato di polizia nei Bantustan della Cisgiordania, o un regime autocratico sotto Hamas a Gaza.

Alcuni attivisti israeliani parlano esplicitamente di “lotta congiunta” tra israeliani e palestinesi (si veda, ad esempio, l’articolo “Riflessioni su una lotta comune ma iniqua”del 24 giugno di Noa Shaindlinger sul sito web +972).

Ma, per dirla senza mezzi termini, non esiste nessuna “lotta comune”.

Gli anarchici israeliani, molti dei quali partecipano alle manifestazioni palestinesi, e che sono probabilmente i più vicini a comprenderne la lotta, non identificano nemmeno loro stessi come israeliani, tanto per cominciare, quindi il termine non ha in ogni caso nessun senso.

Ci deve essere una comprensione di cosa sia la lotta palestinese, in modo che i sionisti liberali non perdano il proprio tempo a venire alle manifestazioni in nome della “pace” e della “soluzione a due Stati”.

Non ci può essere pace senza giustizia, e giustizia significa decolonizzazione, applicazione del diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, cancellazione di tutte le leggi razziste e le politiche israeliane di apartheid e occupazione.

Questo significa nessuno stato ebraico, nessuna supremazia delle leggi, nessun sistema diverso per persone provenienti da differenti origini etniche.

Nessuna simmetria sotto l’occupazione

Il termine “lotta comune” implica un certo grado di uguaglianza, o almeno simmetria, e questo sicuramente non è il caso di israeliani e palestinesi, anche se schivano gli stessi proiettili di gomma o respirano gli stessi gas lacrimogeni.

Gli attivisti israeliani sono solidali, esattamente come i loro omologhi internazionali.

Non esiste un ruolo chiaro per gli attivisti solidali semplicemente perché non esiste una chiara strategia di resistenza palestinese in Palestina.

Se ci fosse un obiettivo chiaro a queste manifestazioni, allora gli attivisti solidali dovrebbero unirsi agli abitanti di villaggi come per esempio Nabi Saleh, e camminare lungo la collina fino a dove inizia il terreno rubato del villaggio invece che restare indietro a filosofeggiare sulla natura disumana dei soldati di occupazione.

Il fatto che gli attivisti israeliani vivano su terra palestinese colonizzata li spinge a voler fare di più e a voler essere considerati più che solidali, dal momento che affermano di essere legati alla causa palestinese, cosa che è abbastanza vera.

Il problema però è definire che tipo di azioni sono da intraprendere, e cosa questi attivisti israeliani possono fare per far vacillare il sistema coloniale di occupazione.

Gli attivisti israeliani dovrebbero impegnarsi a cambiare la loro società

Gli attivisti israeliani devono lavorare all’interno della loro stessa società.

Si tratta ovviamente di un compito difficile e pericoloso, come ci si può aspettare in una società nella quale razzismo e fascismo sono così istituzionalizzati.

Questo per i palestinesi potrebbe fare la differenza, piuttosto che inondare manifestazioni che non hanno molta credibilità prima di tutto fra i palestinesi, e nelle quali, in qualche caso, il numero di israeliani supera addirittura quello dei partecipanti palestinesi.

Le lamentele di alcuni attivisti israeliani su come siano maltrattati e su quali persecuzioni subiscano dall’esercito rischia di apparire come auto-indulgente, specialmente dal momento che gli arresti o i ferimenti di israeliani e internazionali sono documentati molto più spesso rispetto alla routine e agli orribili abusi che sopportano i palestinesi su più larga scala.

Gli attivisti israeliani a volte si disperano per quanto inutili e inefficaci siano i loro sforzi di creare maggiore consapevolezza sulla realtà dell’occupazione all’interno delle loro comunità, ma questo dovrebbe solo spingerli ad essere più creativi nell’elaborare strategie per confrontarsi e sfidare la loro società.

Per ora, anche i palestinesi devono lavorare all’interno della loro società per mobilitarla e diffondere uno spirito di volontariato oggi frammentato a causa delle politiche economiche neoliberali che aumentano disuguaglianza, dipendenza dagli aiuti esterni, debito e consumismo.

Nessuno sta rifiutando gli israeliani anti-sionisti, ma semplicemente definitevi anti-sionisti, e anche partecipare alle manifestazioni non è abbastanza.

La maggior parte degli attivisti israeliani sostengono di farlo già, e di aver compreso i privilegi che hanno nell’essere bianchi ed ebrei in una situazione di colonialismo.

Ma non è sempre scontato che capiscano anche, nella pratica, quanto questi privilegi continuino a manifestarsi nella loro interazione con i palestinesi.

Verso una resistenza davvero popolare

Nonostante le buone intenzioni di israeliani e internazionali che partecipano alle manifestazioni, la loro presenza rischia anche di rafforzare l’idea che i palestinesi abbiano bisogno di qualcuno che parli in loro nome.

Non solo quindi questo modello di resistenza è estremamente inefficace in termini di risultato e mobilitazione dei palestinesi; ma aiuta anche a mantenere lo status quo che si sforzano di mantenere sia Israele che l’Autorità Palestinese.

Bassem Tamimi, uno dei leader del Comitato popolare di Nabi Saleh, ammette che la realtà sul terreno non è quella di una resistenza popolare.

“Siamo ancora in uno stadio preliminare. Direi addirittura in una fase precedente ai preliminari che precedono il primo passo da intraprendere verso una resistenza popolare. Ci sono molti difetti nel modello attuale. Quando abbiamo iniziato con queste manifestazioni settimanali usavamo il termine ‘resistenza popolare’ come strumento per mobilitare le persone, in modo che in un futuro prossimo possa essere davvero questo. Attualmente ci troviamo in una fase di stagnazione”.

Ricostruire da zero

Le rivoluzioni e il successo delle lotte di resistenza non avvengono in una notte. Ci vogliono mesi, anni perché un movimento si costituisca.

La lotta deve essere ricondotta ai palestinesi stessi, e una via sicura per la mobilitazione non passa per manifestazioni o parole, ma attraverso il lavoro sociale all’interno della comunità (che è, incidentalmente, è quello che ha reso tanto popolare il lavoro di Hamas all’inizio, in modo particolare all’interno dei campi profughi).

Incontrare le persone per strada. Chiedere loro di cosa hanno bisogno, per cosa soffrono. Potrebbe essere a causa di un tetto rotto o per non avere abbastanza soldi per pagare le tasse universitarie di una figlia.

La fiducia comincia ad essere costruita nella comunità, e con questa la consapevolezza e la scintilla per riaccendere un vero movimento di resistenza dal basso.

Come ha giustamente sottolineato Paulo Freire (noto pedagogista brasiliano, ndr): “Nessuna pedagogia che sia davvero liberatrice può rimanere distante dagli oppressi trattandoli come sfortunati e offrendo loro modelli di emulazione che provengono dagli stessi oppressori. Gli oppressi devono essere l’esempio di loro stessi nella lotta verso la liberazione”.

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1 risposta a Come l’ossessione per la “nonviolenza” danneggia la causa palestinese

  1. giangi scrive:

    Ottimo articolo, che propone un’analisi articolata, acuta e molto utile per chi, come noi di Radio Onda Rossa, sosteniamo da sempre la causa della liberazione del popolo palestinese e abbiamo bisogno di capire quali siano le forme di solidarietà attiva più efficaci.

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