Quando 2 cartelli al RomaPride sono il minimo indispensabile

Portare 2 cartelli al Pride costa un po’ e non parliamo di denaro.

Prima devi fare la scritta e aspettare che la vernice si asciughi, poi devi fare i contorni scegliendo il colore che rende tutto più leggibile.

Il lavoro non è finito, tocca armarsi di cantinelle, sparapunti e cacciavite (se l’avvitatore è scomparso dal magazzino), devi prendere bene le misure e costruire una struttura che possa essere utile per portarli entrambi e agile da trasportare… alla fine bisogna provare ad alzare il tutto: “Oddio regà, è storto, non entra in macchina e con il vento si spacca e vola via!” Si parte verso il concentramento del Pride con quel “coso” che esce dalla macchina, content* comunque di portarcelo dietro.

“Enjoy Stonewall, Smash the Apartheid Wall” – “Boicotta il turismo in Israele” è un cartello fronte/retro che costa più delle scenografie dei mega Tir del Pride e ancora una volta non parliamo di soldi… è un cartello che ci racconta, conferma la nostra scelta di non finanziare l’economia di Israele con il suo progetto coloniale in Palestina e di combattere la propaganda che cercano di costruire anche con il turismo. Quel cartello è un piccolo strumento di “verità” che sei dispost* a portare lungo tutto il corteo ma che fortunatamente viene “ospitato” dall’unico carro di compagni e compagne presente al Pride già pieno di contenuti: “La nostra identità non è nazionale” e “Genova 2001 non è finita” a sostegno della campagna 10X100.

Non useremo in maniera strumentale le dichiarazioni di Anastassia Michaeli, membro del Parlamento israeliano, che due giorni fa ha dichiarato che l’aborto rende le donne lesbiche, in Italia abbiamo centinaia di “Anastassie” di questo tipo.
Non faremo neanche facile ironia sulla gamba di Netanyahu rotta durante una partita organizzata per sponsorizzare il turismo in Israele, mentre lo stesso Stato imprigiona da 3 anni un calciatore della nazionale palestinese senza alcuna accusa, senza alcun processo e senza la possibilità di avere una difesa legale.
Non abbiamo mai detto che Tel Aviv è una città dove gay, lesbiche, trans e queer israeliani vengono perseguitat* o assaltati come nelle strade di Roma, vi abbiamo però raccontato cosa c’è dietro quel “velo pink” che decanta diritti basati sul privilegio, cercando di nascondere le brutalità del progetto coloniale e l’apartheid.

Dal giorno del Pride di Tel Aviv continua a circolare la frase “Fieri di essere gay, anche in uniforme” che accompagna la celebre foto di due militari israeliani che si stringono la mano camminando. Il “fascino della divisa” è sempre stato un orgoglio nazionale e non si tratta di gusti quando in noi suscita il totale disprezzo.
Ci occupiamo da tempo di documentare tutte le violenze disumane dell’esercito sionista, combattiamo la militarizzazione dei nostri territori e il controllo sulle nostre vite, disprezziamo l’ordine gerarchico di qualsiasi bandiera. Come possiamo parlare di una grande conquista di diritti se, come ormai noto, in Israele il servizio militare è obbligatorio per tutt* e chi non è fiero di quella divisa e rifiuta con dignità di fare il servizio militare per uno Stato assassino viene incarcerat*?

Non amiamo rispondere ad accuse infamanti che si basano su profonda ignoranza (che vorremmo tanto fosse involontaria) ma, se il cartello portato al Pride ha costretto celebri difensori del colonialismo di Israele a prendere parola, vorremmo almeno dare qualche suggerimento per la prossima volta:

– La campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) non è contro le persone o la popolazione ma contro responsabili e complici del colonialismo sionista e dell’apartheid. Possibile che leggete solo i manuali di propaganda e non vi accorgete che ci sono israeliani che portano avanti la campagna vivendo in Israele?

– La prossima volta che vi troverete a difendere lo Stato di Israele farneticando o sarete costrett* a sponsorizzare il turismo, vi consigliamo un tour molto “friendly” a Gush Etzion (complesso coloniale di Israele) : qui potrete imparare nel vero spirito sionista ad ammazzare la gente in sole 2 ore di corso aperte anche ai più piccini… ovviamente se preferite utilizzare il fosforo bianco e uccidere 1443 persone (di cui 430 bambin*) e ferirne altre 5000 in soli 22 giorni, quando pagherete il corso verrà applicato uno sconto!

Ai pennivendoli che sono andati appositamente a cercare le dichiarazioni infamanti e false resta solo il ruolo di sciacalli. Avete dimenticato di riportare “Enjoy Stonewall” perchè quando vogliamo tutto, noi non chiediamo niente, lottiamo per prendercelo. Le spiegazioni potevate chiederle a noi, abbiamo una lunga lista di motivi per boicottare Israele e un trafiletto al giorno per 10 anni di seguito non basterebbe.

Content* che i 2 cartelli abbiano retto bene fino in fondo…
La nostra identità non è nazionale!
Boicottiamo Israele e rifiutiamo l’Apartheid!
La “linea” del vostro Pride NON E’ IN NOSTRO NOME! NON USATE I NOSTRI CORPI!

Stop occupation, FREE PALESTINE!

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11 Responses to Quando 2 cartelli al RomaPride sono il minimo indispensabile

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  10. ginodicostanzo says:

    “il manifesto”? sempre più in basso…

  11. Lettera al Manifesto says:

    http://miryammarino.blogspot.it/2012/06/sono-rimasta-molto-sorpresa.html

    Sono rimasta molto sorpresa nell’apprendere dall’articolo sul manifesto del 24 giugno che l’unica “nota stonata” del Roma Pride 2012 “subito condannata dagli organizzatori” era uno dei cartelli sul camion con il quale (come negli scorsi anni) ho scelto di sfilare. Per altro non si capisce chi avrebbe pronunciato questa condanna, dato che comunicati ufficiali da parte degli organizzatori in rete non se ne trovano. Quando ho raggiunto il camion, un mio amico mi ha subito raccontato che qualcuno si era lamentato di un cartello che invitava a boicottare il turismo in Israele. L’altro, ben più visibile, con scritto “Enjoy Stonewall, stop the Apartheid wall”, evidentemente il presunto rappresentante degli organizzatori non l’ha visto o non l’ha capito. Quello che forse è sfuggito a chi si è pronunciato contro il cartello in questione è che Israele viola da decenni non solo la legalitàinternazionale, ma i diritti umani, che queste violazioni ormai non riguardano solo i palestinesi, ma anche le donne e che nell’ultimo periodo stanno dilagando episodi di razzismo (anche con violenze fisiche) contro migranti e rifugiati, nei confronti dei quali il governo sta attuando una campagna di espulsioni senza precedenti e per quanto ne capisco, ancora una volta fuori da qualsiasi criterio di legalità. Tra l’altro il Ministro degli Interni se ne dice orgoglioso e ritiene motivo di vanto che la sua politica verso migranti e rifugiati venga definita oscurantista e razzista. Personalmente ritengo che un cartello che condanna la politica illegale (e criminale) di Israele e invita ad agire in prima persona contro di essa, sia tutt’altro che cha una nota stonata in una manifestazione come il gay pride, i cui obiettivi sono il riconoscimento della parità di diritti e il rispetto della diversità. Non credo per altro che all’epoca dell’Apartheid qualcuno avrebbe condannato un cartello con un invito a boicottare il turismo in Sudafrica. Infine trovo singolare che un giornale come il manifesto riporti una simile notizia senza porsi il problema di approfondirla. Sveva Haertter

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