“Vogliamo tutto?” Considerazioni sul Pride di Tel Aviv

Ci preparano da tempo a raccogliere con entusiamo l’invito al Pride di Tel Aviv e alcune agenzie di turismo come Quiiky Viaggi, della società Sondersandbeach, martellano costantemente con pubblicità per il prossimo 8 giugno. Si tratta di business del “turismo gay” basato su pura propaganda e supportato da “intellettuali”, come Angelo Pezzana, che godono di notorietà solo perchè vicini all’organizzazione sionista italiana “Amici di Israele”.  L’ipocrisia trasforma addirittura una star ultra ricca come Madonna nella madrina spirituale, garante del clima “gayfriendly” certificato dal test dell’American Airlines che elegge Tel Aviv “World’s Best Gay City”.

Pensiamo sia utile rimanere con lo sguardo nel nostro quotidiano, partire da contesti di lotta brillantemente recuperati dal sistema di diritti basato sul privilegio e ribadire alcune considerazioni fatte in occasione dell’Euro Pride 2011 tenutosi a Roma per poi analizzare il contesto israeliano.

Il concetto portante dell’evento Euro Pride era assolutamente l’eurocentrismo o comunque l’esaltazione delle culture e delle società occidentali in chiave etnocentrica e razzista.
Salvo alcune componenti che hanno scelto quell’occasione per ribadire percorsi di autodeterminazione in costante conflitto con qualsiasi dominio economico, religioso e culturale, la celebrazione e l’esaltazione del concetto “Europa” serpeggiava tra i balletti spensierati e le tasche gonfie di chi sceglie di organizzare questi eventi declinando fastidiosamente il concetto di “Uguaglianza”, per poi speculare sui corpi, i desideri e le lotte per l’autodeterminazione delle persone.

La Fortezza Europa, il sistema di controllo delle frontiere appaltato all’agenzia Frontex, la nazione Italia, i Cie, l’internamento e le deportazioni dei e delle migranti, lo sfruttamento con diritto di selezione all’ingresso per i/le migranti considerati di “serie B” e i viaggi infernali nel cimitero Mediterraneo, il Vaticano, l’oppressione delle istituzioni e la stretta di mano con lo squadrismo fascista, il cane da guardia della brutalità poliziesca, il “modello famiglia”, l’eteronormatività…
conoscete tutto questo, conoscete anche tutti i dispositivi di controllo e sfruttamento che saccheggiano la vita di ognun* di noi.
Parliamo della stessa Fortezza Europa che però esalta la sua umana pietà quando concede l’asilo politico a gay, lesbiche, trans, queer perseguitat* nei paesi di nascita purchè sia un’occasione per normalizzare l’inferiorità di alcune culture barbare rispetto l’eccellente sistema capitalista e la democrazia liberale.

Le diversità sono accettate solo se compatite, le persone, i corpi politici che le rappresentano meritano di essere riconosciute solo da vittime. La rincorsa alla condanna pubblica da parte delle istituzioni e dei media di regime scatta quando la violenza fisica si palesa su soggetti volutamente tenuti ai margini, quei margini perimetrati dalla violenza economica, di genere e razzista.

Passiamo ora a raccontarvi un episodio che accade nella democratica Israele, nel paese che viene considerato il paradiso per eccellenza della comunità LGBTQI.

Circa due settimane fa un ragazzo palestinese e il suo partner, un ragazzo israeliano, si sono incontrati al checkpoint di Qalandiyah perchè il primo tra i due aveva ricevuto il permesso dalle autorità israeliane per entrare a Gerusalemme e sottoporsi ad una visita cardiologica all’ospedale Makassed, nella parte est della città.

Sembrava una buona occasione per visitare una città costantemente interdetta ai/alle  palestinesi in compagnia del proprio partner, immaginando di raggiungere anche Tel Aviv e trascorrere una piacevole giornata insieme.

Ma Tel Aviv e Gerusalemme non sono città ospitali con tutti i gay e le lesbiche del mondo…

Dopo soli 20 minuti dall’arrivo a Gerusalemme, davanti al Jaffa Gate (uno degli accessi alla città vecchia), i due ragazzi vengono circondati e arrestati da un gruppo di poliziotti israeliani perchè il permesso concesso al ragazzo palestinese riportava l’ospedale come destinazione e quindi un unico binario da percorrere: “dal checkpoint all’ospedale e dall’ospedale al checkpoint”.

La tensione sale ulteriormente quando nella macchina del ragazzo israeliano la polizia trova un candelotto di lacrimogeno sparato dall’IDF (viene chiamato: esercito di difesa israeliano), ovvero una munizione esplosa e raccolta durante una manifestazione nel villaggio di Nabi Saleh, dove la popolazione lotta contro l’occupazione israeliana in Palestina.

L’invenzione del ritrovamento di una bomba nella macchina verrà utilizzata come violenza psicologica durante l’interrogatorio che i due affronteranno separatamente ma, in sostanza, l’accusa che viene rivolta al ragazzo palestinese è quella di essere entrato illegalmente in Israele e quella rivolta al suo partner è del trasporto illegale.

L’articolo che riporta in maniera dettagliata le testimonianze dei due ragazzi è comparso sulla stampa israeliana pochi giorni fa e si conclude con gl’interrogatori, le minacce e l’ esplicita richiesta di collaborare con lo Shin Bet (servizi segreti interni di israele).

Da questo recente episodio il buon cuore di Amira Hass sprigiona la compassione opportuna e ci concede la sua lettura:
“I due hanno camminato insieme verso la porta di Jaffa, inebriati dalla sensazione di libertà e dal piacere di stare insieme senza nascondersi”.
Sorge quindi spontanea la domanda su quanto possa sentirsi libero un palestinese gay a Gerusalemme che per arrivarci ha dovuto sorpassare dei controlli militari e giustificare la sua visita in città con una pratica burocratica avviata da chissà quanto tempo e quanto possa essere libero un ragazzo israeliano gay che partecipa alle manifestazioni contro il progetto coloniale sionista in Palestina.
“Il ricatto ai gay palestinesi è una pratica comune, da parte sia dei servizi israeliani sia di quelli palestinesi. Sono facili prede, perché se scoperti rischiano di essere puniti o uccisi. È stato un attivista gay israeliano a contattarmi, perché la pubblicità è il migliore strumento di protezione.”
E’ invece il commento della suddetta che conclude il suo articolo con una considerazione che sarebbe stata opportuna se avesse parlato di doppia violenza, invece che di “facili prede”, e se lasciata ai gruppi queer palestinesi che lottano nel quotidiano. Li conosce signora Hass?

Cos’è per noi Tel Aviv se non una delle città israeliane dove chi rifiuta di fare il servizio militare viene processat* e mandat* in carcere?

Cos’è per noi la città simbolo del Pride israeliano se non un posto dove esistono dei ghetti per migranti african* che vengono rastrellati e deportati e dove gruppi di squadristi commettono persecuzioni razziste?

Cos’è per noi questa città venduta come tollerante a dispetto di tante culture barbare se non il simbolo del colonialismo e della brutalità dell’occupazione militare israeliana in Palestina?

Cos’è per noi Tel Aviv se non la città che ospita un aeroporto turistico dove chi vuole andare in Palestina ad abbracciare i propri fratelli e le proprie sorelle viene incarcerat* e deportat* o dove se sei palestinese non puoi passare?

Tel Aviv per noi è una città dove il turismo va boicottato, non è un paradiso, è un inferno dove chi lotta per la libertà viene brutalmente repress*.

Boicotta Quiiky viaggi e Sondersandbeach!
NON PERMETTERE CHE IL TUO CORPO, I TUOI DESIDERI E IL TUO PERCORSO DI AUTODETERMINAZIONE VENGANO STRUMENTALIZZATI!
Vogliamo tutto?
Rifiuta l’Apartheid e il colonialismo, boicotta anche il turismo in Israele!

Free Palestine Roma contro tutt* i/le pinkwasher

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6 Responses to “Vogliamo tutto?” Considerazioni sul Pride di Tel Aviv

  1. alisa says:

    la storia che racconti é una fandonia. non esiste in israele un permesso che é “esclusivamente come destinazione un ospedale”. se hai il permesso di entrare puoi girare come un turista e la polizia non ti ferma di certo! portate le fonti delle vostre storie prima di calunniare. detto cio, avete gia abbastanza problemi come gay e israele é l’unico paese del medio oriente che vi lascia vivere liberamente la vostra omosessualità se proprio non vi piace, vi consiglio di fare la vostra pride a teheran o abu dabi

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  5. Grazie! abbiamo cambiato il titolo e dove compariva, c’è spazio per qualsiasi altro commento o modifica che possa arricchire, lo pubblicheremo sicuramente.

  6. 10x100 says:

    Un ottimo articolo.
    Però compà e chiama Pride e basta, non gay pride :)))
    Sennò facciamo tutte queste analisi complesse e poi cadiamo sull’ovvio.

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