Sfruttamento e marginalità imposte. Odio e squadrismo razzista anche in Israele

Un copione che da questa parte del Mediterraneo conosciamo bene ma i rastrellamenti, l’internamento e lo sfruttamento dei migranti non sono un film.
Un crescendo di brutalità compiute dalle istituzioni ha parallelamente animato gli attacchi squadristi nei confronti delle comunità migranti africane, nelle strade di Tel Aviv e in quelle di altre città israeliane dove vige la regola, tra minacce e stereotipi, di non affittare casa e di non dare lavoro agli “infiltrati”.
Nel linguaggio dei politici al governo e della stampa, “infiltrati” o genericamente etichettati come “Sudanesi” sono le persone che entrano nei confini di Israele, passando per il Sinai e partendo dall’Africa.
Si semina sempre nella fertile popolazione nazionale di un paese colonialista il frutto marcio dell’odio razziale.

A due mesi dalla “Prevention of Infiltration Law”, che garantisce alle autorità israeliane di poter internare i richiedenti asilo utilizzando la detenzione amministrativa illimitata con un periodo minimo di 3 anni, nessuno è ancora riuscito a tornare in libertà.

Secondo la legge “non si è rifugiati”, “non c’è alcuna circostanza che permetterebbe il rilascio” e “non si può deportare nessuno/a perchè metterebbe a rischio l’incolumità della persona nel paese natio”.

Un vicolo cieco, un limbo dove si pratica la sospensione del rispetto della dignità delle persone. Alcuni sono campi d’internamento dove la detenzione non è classificata per “immigrati illegali” in attesa di deportazione ma è ideata per scoraggiare e logorare la vita dei richiedenti asilo che non possono essere deportati.

Alcune impressioni sulle condizioni di prigionia nel centro di detenzione di Ketsiot, costruito e in via di espansione nel deserto al confine tra Israele e Egitto, sono raccolte in un recente articolo di cui pubblichiamo le foto. I lavori per aumentare la capacità delle gabbie del centro di detenzione Ketsiot vogliono consentire l’internamento di 2,400 persone secondo i pronostici.

Dentro i confini urbani di Israele però, ciò che viene regolamentato dalle istituzioni è un chiaro messaggio alla popolazione, l’odio razzista trova bersagli etnicamente riconosciuti tra gli israeliani etiopi che lamentano la presenza di confini interni dentro le stesse città in cui vivono, dentro la loro nazione. Questi confini vengono perimetrati dal sempre più consistente ripetersi di attacchi squadristi o da episodi di discriminazione brutale.
Le “no-go zone” sono quindi i quartieri che hanno maggior numero di migranti africani residenti o gli stessi luoghi di lavoro, dove avvengono aggressioni, episodi di violenza verbale e repressione poliziesca.

Nel frattempo il governo sionista di Tel Aviv orienta lo sfruttamento nei confronti dei palestinesi, già oppressi dall’occupazione militare, saccheggiati dalla colonizzazione e confinati dal muro dell’apartheid.
La scelta di questi giorni è infatti quella di alzare le quote d’ingresso dedicate alla popolazione palestinese per motivi di lavoro, consentendo fino a 30.000 palestinesi di lavorare in Israele. Una manovra che viene definita assistenzialista nei confronti dell’economia interna palestinese ma anche “d’interesse per la sicurezza di Israele”, una scelta che andrà a coprire la mancanza di manodopera a basso costo dopo l’inizio delle deportazioni di lavoratori migranti, cercando di recuperare la più conveniente “tradizione” di schiavizzare la popolazione costretta dal dominio a non avere forme di autosostentamento.

Conoscere bene i vantaggi economici dei confini e delle migrazioni è anche il compito di Israele.
In un momento in cui il terrore viene distribuito tra le maschere antigas e gli sms che testano l’allerta nel paese, grazie alla propaganda della stampa di regime sappiamo anche che alla popolazione interamente immigrata, scelta su base religiosa e posta in una piramide sociale dominata dalla gerarchia militare, si aggiungeranno anche 127 statunitensi che hanno scelto di arruolarsi nell’esercito occupante israeliano.
Veri immigrati di serie A che hanno ragionato con la propria testa per produrre un’infamità collettiva.

Chi semina devastazione e saccheggio, raccoglie resistenza.


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